martedì 24 novembre 2009
Il coraggio di provare
Un titolo che mi descrive abbastanza, ho sempre avuto un gran desiderio di intraprendere nuove avventure. Nonostante gli ostacoli e i pregiudizi, per me la vita e' bella quando affronto la sfida. Anche fare lo scienziato e' un modo per andare al massimo. L'adrenalina mi viene da questo, senza prendere droghe, senza bere, tutto al naturale. Il motivo e' chiaro: il mio lavoro consiste nel cercare di spiegare i fenomeni della natura, come si e' formato l'universo, come e' arrivato ad essere come ci appare oggi, quale sara' il suo futuro. E' tutto eccitante, anche se il mio mestiere e' spesso faticoso.
La mia e' stata una vocazione che si e' manifestata da bambina. Uno scienziato e' dotato di una grande curiosita' per tutto quello che lo circonda. La mia insegnante delle scuole elementari mi chiamava "signorina perche' ", sempre a fare domande su tutto quello che ci raccontava. Un 'difetto', se si puo' dire cosi', che mi porto dietro ancora oggi. La natura mi affascina, o forse dovei dire la vita in generale. Quando ero bambina mi sembrava essere un pochino 'strana'. Mi piaceva studiare, e sopratutto mi piaceva fare tutte le cose che le bambine non sempre amavano. A dieci anni collezionavo francobolli e monete. A tredici convinsi i miei genitori a regalarmi una bicicletta Bianchi da corsa, per andare su e giu' per le colline del mio paese e dintorni.
A quattordici avevo una macchina fotografica Canon A1 Program 35mm, con cui mi divertivo a fotografare gli eventi sportivi del mio ragazzo oppure dei miei fratelli. Da adolescente ascoltavo tantissimo la musica, dai Beatles ai Police, e tutto quello che c'e' stato in mezzo. Amavo (amo) lo sport, giocavo a calcio, a tennis, facevo judo, nuotavo, correvo per le strade, oltre che ero sempre immancabilmente in bici.
Insomma una ragazza un po' fuori dagli schemi. Per strada sentivo che la gente mi guardava stranita. E' facile immaginarlo, ero una ragazza in un paesino di una provincia calabrese. Alla fine pero' non mi importava di essere giudicata, il desiderio di seguire il mio istinto era molto forte. Negli anni del liceo non mi smentii affatto, e presi un'altra decisione insolita, quella di andare all'universita' per studiare la fisica. Una materia difficile, ma avevo ottenuto al liceo dei buoni risultati, sentivo che ce la potevo fare. Senza consultarmi con nessuno, seguii la mia vocazione. Frequentai l'universita' vicino casa, ad Arcavacata (nei pressi di Cosenza) e a ventitre' anni mi ritrovai in mano una laurea a pieni voti in Fisica e un mondo spalancato davanti da conquistare. Avevo ottenuto cio' che desideravo perche' avevo avuto il coraggio di crederci e il coraggio di provarci.
Da allora sono entrata nel mondo della ricerca e ho raggiunto livelli che non avrei mai potuto immaginare qualche anno prima. Studio l'universo, cerco di capire com'e' fatto. Uso gli strumenti piu' sofisicati che l'astrofisica moderna ci offre, collaboro con scienziati di tutto il mondo, scrivo articoli, partecipo a congressi, faccio seminari continuamente. Viaggio moltissimo: per lavoro nell'ultimo anno sono stata alla Hawaii, negli Stati Uniti, in Nepal, in Cile, in Brasile, in diverse citta' europee.
Insomma, sono in continua attivita', e dopo tanti anni trovo ancora tutto questo molto affascinante, come se fosse il primo giorno. Sono stata fortunata perche' non e' solo la scoperta che diverte, ma anche vedere il proprio lavoro riconosciuto nell'ambiente scientifico internazionale. Qualche mese fa ad un congresso internazionale svoltosi ad Amsterdam, molti colleghi si sono avvicinati a me dopo il mio intervanto per congratularsi, e alcuni non hanno esitato a definire il mio intervento come il migliore di tutto il congresso.
Adesso forse si capisce perche' la ricerca diventa come una droga.
Un successo che ha richiesto, e richiede ancora adesso, un impegno costante. Sono una donna, del sud Italia, in un mondo dominato dagli uomini, con un'esperienza di lavoro all'osservatorio di Roma che ho pagato amaramente. Nonostante questo, ancora il coraggio mi ha aiutato ad affrontare le difficolta' e a prendere la scelta che si e' poi rivelata fondamentale per la mia vita professionale: ho lasciato definitvamente l'Italia. Ora lavoro in Germania e sono felice di essere fuori dalle rognede nostro paese. Forse un giorno le
cose cambieranno, la ricerca scientifica sara' piu' apprezzata e ci sara' piu' spazio per le persone oneste, le persone vere, le persone che hanno voglia di fare, e incoraggiano i giovani e le donne.
Per il momento siamo lontani da tutto cio', ma voglio credere che un giorno tutto questo cambiera'. Nel frattempo, per tutti quei ragazzi che sentono una vocazione per qualco sa, che sia la scienza, lo sport, l'arte, ma che non sanno o non credono di potercela fare, sappino che a ven' tanni non ci sono barriere abbastanza alte. La cosa importante e' avere il coraggio di buttarsi, e andare avanti indipendentemente da tutto quello che il resto del mondo pensa di te.
Le soddisfazioni prima o poi arriveranno, basta solo stringere i denti.
domenica 22 novembre 2009
L'etica delle relazioni pubbliche (parte seconda)

- la saturazione dei canali di comunicazione;
- il disinteresse e l’apatia del pubblico “ricevente” per overdose di messaggi (“Sta di fatto - afferma Luca De Biase - che l'attenzione sta diventando una nuova moneta, ma la sua scarsità ne resta il limite fondamentale”);
- l’aumento dei costi dei mezzi di comunicazione per poter far emergere il messaggio che, in caso contrario, sarebbe sommerso dal diluvio informativo.
- aspirazionale: il comunicatore sviluppa, consolida, governa i sistemi di relazione dell’organizzazione con relazioni – bilaterali e tendenzialmente simmetriche – che contribuiscono alla qualità e alla quantità della “sfera pubblica” (nel senso di Habermas) e costituiscono una delle voci più importanti del valore dell’organizzazione;
- tradizionale: il comunicatore governa le relazioni dell’organizzazione con i media, la comunità locale, il processo decisionale pubblico e (talvolta anche) i dipendenti e la comunità finanziaria, organizzando eventi, preparando e distribuendo informazioni ai pubblici influenti sia in formato elettronico che audiovisivo e cartaceo. Questo secondo profilo non contraddice il primo, ma è più tecnico e operativo, con le sue radici affondate nella vita quotidiana del professionista comune;
- critico: il comunicatore svolge un ruolo unilaterale, asimmetrico e opacamente persuasivo per condizionare i media e gli altri pubblici influenti affinché supportino gli obiettivi dell’organizzazione, trasferendo contenuti non necessariamente rispettosi della realtà e/o in contrasto con l’interesse pubblico.
sabato 14 novembre 2009
Etica delle relazioni pubbliche (prima parte)
Vice Presidente FERPI, Federazione Relazioni Pubbliche Italiana.
Docente a contratto di Teoria e tecnica delle relazioni pubbliche presso l'Università degli Studi di Padova e di Udine. Direttore clienti della P.R. Consulting srl di Padova.
Il mondo ha bisogno di uomini
che non possono essere comprati,
che mantengono la parola data,
che stimano il carattere più prezioso del denaro,
che non esitano a correre rischi,
che sono altrettanto onesti nelle piccole come nelle grandi cose,
che non scendono a compromessi,
che non credono che la furbizia e la mancanza di scrupoli siano la migliore ricetta per il successo,
che non si vergognano né hanno paura di difendere la verità,
anche a costo di andare controcorrente.
(Allan Petersen)
Premessa
I miei studenti del Corso di laurea in Scienze della Comunicazione (Università di Padova) e in Relazioni Pubbliche (Università di Udine, sede di Gorizia) sono molto preoccupati per la continua crescita del livello di disonestà che caratterizza la vita economica e sociale del nostro Paese. In particolare gli studenti ritengono che i settori più a rischio etico siano quello della politica, dell’informazione e del mondo degli affari. Colpito dalla veemenza e dalla furia purificatrice con la quale attaccano i manager di Parmalat e Cirio, i politici coinvolti nelle intercettazioni telefoniche, i mass media per l’approccio utilizzato (ad esempio, nella vicenda di Erba) ho provato a chieder loro di rispondere dei loro principi etici.
Tutta un’altra musica.
Io credo che l’etica non sia solamente una questione morale legata ai valori del singolo, né una questione di diritto legata alle norme e alle sanzioni previste per chi non rispetta le regole. Sono convinto che noi viviamo immersi in dilemmi etici ai quali dobbiamo quotidianamente dare risposta, senza automatismi e ricette preconfezionate, proprio perché il comportamento etico richiede di andare oltre il semplice rispetto della legge.
Insieme – studenti e docente - abbiamo deciso di metterci alla prova e ci siamo impegnati “a fare la cosa giusta anche quando non c’è nessuno che ci guarda”. Personalmente ho anche ritenuto opportuno mettere “nero su bianco” alcune note sull'etica delle relazioni pubbliche con l'obiettivo di far riflettere gli studenti e, insieme a loro, i lettori di Italiaetica.
Per farlo sono partito dalla convinzione che i relatori pubblici, ma anche gli altri professionisti della comunicazione, debbano costruire giorno dopo giorno i propri valori e riflettere sui dilemmi etici: una missione da condurre con volontà e tenacia, con l'obiettivo ultimo di portarli alla luce del sole, di condividerli, per dar vita ad una nuova cultura della professione, ad un comportamento senza opportunismi, senza se e senza ma.
Introduzione
La comunicazione d'impresa sta vivendo una crisi di credibilità e, nel suo ambito, i relatori pubblici sono i professionisti più vulnerabili. Si tratta di una crisi che ha origine nel gap tuttora esistente tra teoria e pratica della professione.
In Italia si stimano oggi settantamila comunicatori attivi per un indotto economico annuale superiore ai dieci miliardi di euro. Sommando però le adesioni alle diverse associazioni professionali, attualmente non si superano i cinquemila aderenti. L’implicazione è che meno del dieci per cento dei comunicatori professionisti in attività è sufficientemente consapevole del suo lavoro da sentire l’esigenza di far parte di un’associazione professionale. Ecco, questo è un indice esplicito della scarsa identità , consapevolezza e coesione della professione che comporta anche uno scarso senso della responsabilità sociale dei comunicatori, e non solo in Italia.
La scarsa identità e consapevolezza della professione, la conseguente mancanza di un codice etico universalmente riconosciuto e condiviso e le incertezze sulle competenze che debbano caratterizzare le capacità professionali, stanno minando la reputazione delle relazioni pubbliche. Già nel 1992 James E. Grunig, nel suo libro Excellence in Public Relations and Communication Management, aveva rilevato che la mancanza di rispetto verso la professione rappresentava una grave sfida, soprattutto per il clima di sfiducia in cui si trovavano ad operare i relatori pubblici. Se i professionisti del settore continueranno ad ignorare la questione, la credibilità della disciplina sarà sempre più a rischio. Le questioni ed i comportamenti che hanno portato i relatori pubblici sulla difensiva sono numerosi, ma i modi per salvare la credibilità e l'integrità della professione ci sono. In questo saggio, dopo aver presentato il ruolo della disciplina nella comunicazione delle organizzazioni, proveremo a mettere a fuoco i principali dilemmi etici con i quali i relatori pubblici devono quotidianamente confrontarsi e ai quali debbono trovare risposte esaurienti.
1. Etica e professione delle Relazioni Pubbliche
L’etica rappresenta da sempre un punto di riferimento importante e una componente irrinunciabile per ogni professione consolidata, perché contribuisce a rafforzare il “particolare contratto sociale che lega il professionista ai suoi clienti” (E. Invernizzi, 2002).
il rapporto tra etica ed economia: la cosiddetta “etica degli affari”, anche se, secondo Piero Trupia (2004) sarebbe più corretto parlare di “etica degli uomini d’affari” dato che gli affari sono una “tecnica” e pertanto “eticamente neutri”;
il rapporto tra l’etica e le organizzazioni (verso il datore di lavoro o il cliente) e tra l’etica e la società (quella che oggi è la chiave della responsabilità sociale);
il rapporto tra etica e professione. In questa direzione, afferma P. Parsons (2005), “abbiamo un dovere di lealtà anche verso la nostra professione. Nel proporci l’obiettivo di sradicare alcune delle più consolidate opinioni sul nostro mestiere, abbiamo il dovere di essere sicuri di svolgerlo in modo eticamente ineccepibile. Quando vi accingete a prendere una decisione è importante avere sempre in mente anche la reputazione delle relazioni pubbliche”.
In questo saggio approfondiremo solamente gli ultimi due aspetti con l’obiettivo di comprendere quale sia il ruolo agito dall’etica nelle Relazioni Pubbliche per consolidare e accreditare sempre più la disciplina nel panorama della comunicazione d’impresa. L'analisi dei principali dilemmi etici che caratterizzano la professione sarà preceduta da una breve presentazione della professione e delle sue caratteristiche.
2. Alcune definizioni di Relazioni Pubbliche
Il tentativo di definire le Relazioni Pubbliche ha portato nel tempo alle seguenti formulazioni che rispondono anche alle domanda “a che servono le RP” ed “a chi si rivolgono le RP”:
“Le relazioni pubbliche sono la gestione della comunicazione tra un’organizzazione e i suoi pubblici”.
J.E. Grunig (1984)
“Le relazioni pubbliche sono una disciplina della comunicazione d’impresa e fanno parte della scienza del management, che si occupa della gestione delle organizzazioni complesse. La funzione delle relazioni pubbliche è di contribuire al raggiungimento degli obiettivi di un’organizzazione con un’attività continuativa, consapevole e programmata di gestione e di coordinamento dei sistemi di relazione che si attivano fra la stessa organizzazione e i suoi diversi segmenti di pubblico influente. Un’attività che deve essere sempre trasparente, corretta, a due vie. In particolare, compito specifico delle relazioni pubbliche è quello di orientare opinioni, atteggiamenti, comportamenti e decisioni – anche di consumo – degli stakeholder-influenti: soggetti che possono ostacolare o agevolare il raggiungimento degli obiettivi di un’organizzazione perché dotati di specifici poteri decisionali o perché ritenuti in grado di influenzare i primi”.
Toni Muzi Falconi, Past President Ferpi (2005)
“Sviluppare relazioni tra le organizzazioni ed i loro pubblici capaci di apportare un beneficio a entrambe le parti e basate sulla fiducia”.
Patricia Parsons (2005)
“La professione di relazioni pubbliche è costituita da un’insieme di attività il cui obiettivo generale è di comunicare per informare e per influenzare l’opinione pubblica e i pubblici influenti al fine di creare benevolenza (goodwill), in un clima di comprensione reciproca tra l’organizzazione e i suoi pubblici. I servizi che ne definiscono il contenuto sono quelli di base, rappresentati dalle Relazioni con i media e dall’Organizzazione di eventi. Inoltre quelli specialistici, rappresentati dalle Sponsorizzazioni, dai Public Affair, dalla Comunicazione in situazione di crisi, dalla Comunicazione Finanziaria, dalla Comunicazione Ambientale, dalla Comunicazione pubblica e dalla Comunicazione per le piccole e medie imprese. I metodi dei servizi professionali, ovvero le modalità con cui vanno progettati, gestiti ed erogati i servizi stessi, riguardano la necessità che siano governati da principi etici; che contengano una fase preliminare di analisi dei bisogni; che la loro produzione ed erogazione sia di tipo processuale; che siano gestiti con metodi di tipo manageriale”.
Emanuele Invernizzi (2003)
“Il fine ultimo del professionista di Relazioni Pubbliche è quello di agire e svolgere la sua attività professionale per accrescere la fiducia degli stakeholder e dell'opinione pubblici nei confronti dell'organizzazione”.
Fraser Seitel (1998)
“Costruire relazioni basate sulla fiducia con tutti i pubblici dell'organizzazione (stakeholder, pubblici influenti, destinatari finali), per rafforzare la propria credibilità sociale, ambientale e finanziaria e la propria reputazione”.
Giampietro Vecchiato (2005)
Cerniera con l’ambiente
Il professionista di relazioni pubbliche deve creare relazioni e gestire sistemi di relazioni strettamente interconnesse con gli interessi rappresentati.
Il relatore pubblico assume spesso il compito di interfaccia tra l’organizzazione ed i suoi pubblici (basti pensare al ruolo di portavoce o di addetto stampa) diventando il custode della reputazione dell’organizzazione (P. Parsons, 2005). Questa funzione assegna al professionista una responsabilità ancora maggiore, dato che deve assumere il delicato ruolo di “cerniera” con i sistemi maggiormente decisivi per il successo dell’organizzazione: la decisione pubblica (il governo, il parlamento, l’amministrazione pubblica, ecc.), l’opinione pubblica (i giornali, la televisione, i leader d’opinione) e la comunità (intesa come l'ambiente nel quale l’organizzazione è inserita ed opera).
Per aiutare l’organizzazione a dialogare con tutti questi attori, il buon professionista di relazioni pubbliche mette in gioco tutto se stesso, le sue conoscenze (persone, fatti, informazioni, analisi) ma, soprattutto, la sua abilità di farsi garante della credibilità dei contenuti e della trasparenza degli interessi rappresentati: deve usare, in altre parole, quello che alcuni studiosi definiscono come il “capitale personale” del relatore pubblico.
4. Approcci teorici alle relazioni pubbliche
La storia delle relazioni pubbliche e la sua evoluzione a partire dai primi decenni dell’Ottocento negli Stati Uniti, può essere letta dal punto di vista del progressivo affermarsi dell’etica nella professione. Analizzando infatti i quattro modelli proposti da Grunig e Hunt (1984), si potrà notare come le relazioni pubbliche, da attività di propaganda attenta solamente agli interessi e agli obiettivi del cliente (o del soggetto emittente), sia via via diventata una professione che si fa carico degli interessi e delle aspettative di tutti i pubblici e di tutta la comunità. Vedremo inoltre come si consolidano nel tempo gli elementi di verità, trasparenza e integrità dei contenuti e quindi dei messaggi-chiave da trasferire.
4.1 L’evoluzione
Storicamente gli approcci teorici a questo fondamentale “triangolo relazionale” sono tre:
Il “retorico” di Robert L. Heath, secondo il quale la rappresentazione di un argomento (advocacy) da parte di una organizzazione ha a che fare sia con i processi che con i contenuti del “discorso pubblico” e va quindi attribuita voce paritaria a tutti i partecipanti interessati al dialogo.
Il “critico”, rappresentato dagli studi e dalle prese di posizione di Olasky, per i quali nessuna teoria potrà mai impedire ai “poteri forti” di tentare di piegare e manipolare la coscienza delle persone e le relazioni pubbliche rappresentano la massima espressione di questo esercizio.
Il “sistemico” di James E. Grunig, secondo il quale ogni organizzazione, per avere successo, deve integrarsi armonicamente nell’ambiente circostante e per fare questo con efficacia, deve conoscere e interpretare i valori e le aspettative dei suoi pubblici influenti, prima ancora di definire i propri traguardi specifici (riducendo quindi i rischi di conflitto tra l’organizzazione stessa ed i suoi pubblici).
Pur essendo in corso, soprattutto negli Stati Uniti, il tentativo di individuare un approccio teorico comune (vedi: “Handbook of Public Relations” curato da Robert L. Heath dell’Università di Houston), quello che consideriamo più coerente con le premesse concettuali illustrate è l’approccio “sistemico” di J. E. Grunig.
La teoria generale di Grunig – inizialmente elaborata nel 1984, rivista nel 1992 ed attualmente in fase di ulteriore rielaborazione – parte da un’analisi storica delle relazioni pubbliche che identifica quattro modelli applicativi, che a loro volta individuano quattro diverse modalità operative e, di conseguenza, quattro diverse tipologie di professionista.
Non c’è attore, atleta, cantante, politico o imprenditore, che non abbia il suo press agent. Obiettivo principale del press agent è quello di “occupare” lo spazio sui media – facendo leva sulla relazione con il giornalista – e quindi richiamare indirettamente l’attenzione del pubblico-lettore. E’ il modello tipicamente adottato dal quotidiano bombardamento sui media di notizie (generalmente non vere nè verosimili) di questo tipo. Basti pensare alla cosiddetta “politica dell’annuncio”, approccio che ancora oggi caratterizza molte organizzazioni, società finanziarie e soprattutto, forze politiche, o all’invadenza del gossip.
Il press agent, il cui ideatore è considerato P. T. Barnum a metà Ottocento, non si preoccupa di ottenere l’approvazione, la comprensione o la condivisione dei pubblici.
“E’ un modello che esalta il ruolo dei media – afferma Toni Muzi Falconi (2005) – ma che denota implicitamente una considerazione piuttosto limitata dell’autonomia professionale del giornalista e della sua funzione di “quarto potere” a tutela della corretta informazione del lettore in una moderna democrazia rappresentativa”.
Il modello è “ad una via” nel senso che l’informazione passa dal press agent al giornalista ed è asimmetrico nel senso che il giornalista “dipende”, per molti aspetti, dal press agent che detiene la “notizia”.
Barnum confessò una volta: “Sono profondamente grato a coloro che mi hanno fornito gli strumenti del mio successo, i giornalisti. Essi hanno dato vento alle vele del mio vascello. I giornali e le polemiche da essi suscitati sono stati di grande utilità al mio fine che, come appartenente al mondo dello spettacolo, era quello di avere sempre il mio nome in primo piano”.
Come si può comprendere Barnum non aveva alcun interesse a modificare gli atteggiamenti ed i comportamenti del pubblico, né voleva comunicare con i suoi pubblici; voleva solo risvegliare la curiosità e l’attenzione della gente, il che rientra perfettamente fra gli scopi della press agentry.
Il modello viene anche chiamato publicity e, secondo Jean T. Olson “si tratta di un modello il cui scopo principale è la propaganda” e viene utilizzato soprattutto quando l’obiettivo è “vendere” un prodotto/servizio.
4.2.2 Modello Public information o dell’informazione
Teorico di questo secondo modello è Ivy Lee, considerato uno dei padri fondatori delle relazioni pubbliche.
Anche in questo modello la funzione del comunicatore è quella di produrre le informazioni e trasferirle poi ai giornalisti perché le divulghino con l’obiettivo dichiarato di influenzare l’opinione pubblica in favore degli obiettivi dell’organizzazione, ma - diversamente dal modello precedente - il giornalista divulga le informazioni ricevute, avendo previamente chiesto, valutato, interpretato le informazioni stesse e deciso se e come renderle note ai suoi lettori, telespettatori, ascoltatori.
Fra l’operatore di relazioni pubbliche (la fonte) ed il giornalista (il media) si innesca quindi una relazione di fiducia e interdipendenza. Si tratta sempre di un modello “ad una via”, ma maggiormente simmetrico rispetto al press agentry. Il giornalista non è infatti solamente uno strumento nelle mani della fonte, ma gli viene riconosciuto un ruolo di filtro/tutela dell’interesse dei lettori: contrariamente al modello press agentry dove la verità non è un elemento essenziale, la verità è qui un criterio importante nel modello pubblic information per la definizione dei contenuti comunicativi.
Il modello public information si differenzia dal precedente anche nella fase di ascolto/ricerca che è pressoché assente nel primo, mentre nel secondo la ricerca mira a verificare se il messaggio è stato compreso e ha realmente raggiunto il destinatario. Prevale quindi la linea del “the public be informed” e comincia a farsi strada l’idea di comportamento etico.
Possiamo dire che oggi questo modello caratterizza il settore pubblico più avanzato e consapevole della necessità di una corretta comunicazione, parte delle aziende private, soprattutto del mondo finanziario.
4.2.3 Modello asimmetrico bi-direzionale o della persuasione scientifica
E’impersonato da Edward Bernays che ha introdotto e codificato l’uso delle ricerche sociali (sondaggi d’opinione, focus group, etc.) nella fase di ascolto e/o analisi del contesto “prima” della stesura del piano di comunicazione, non trascurando quindi la soddisfazione dell’interlocutore.
In questo ambito, Bernays ha per primo individuato e studiato il ruolo degli opinion leader quali amplificatori/moltiplicatori dei messaggi nei confronti dell’opinione pubblica: “E’ un modello che, per la prima volta, – afferma Toni Muzi Falconi (2005) – postula che le relazioni pubbliche non si rivolgono esclusivamente ai giornalisti o ai decisori pubblici; si riconosce infatti che ciascun segmento di pubblico può essere influenzato da altri soggetti, gruppi di persone, opinion leader”.
E’ dunque un modello “a due vie” in quanto introduce nelle relazioni pubbliche il concetto di feedback, pur senza dare garanzia di ascolto delle esigenze del destinatario del messaggio. Inoltre, è un modello “asimmetrico” perché il potere e gli effetti della comunicazione non sono ugualmente ripartiti tra emittente e ricevente e l’ascolto si propone la persuasione dell’interlocutore in funzione degli obiettivi stabiliti unilateralmente dall’emittente.
4.2.4 Modello simmetrico bi-direzionale “di Grunig” o della negoziazione
Rispetto al modello di Edward Bernays, la capacità di dialogare diventa l’elemento centrale del metodo e la principale competenza richiesta al comunicatore, il quale deve dare grande importanza all’ascolto, alla ricerca sociale e all’attenta analisi dei soggetti influenti e alle relazioni che li caratterizzano.
L’ascolto non è qui inteso come strumento per costruire prima e trasferire poi, messaggi efficaci ai pubblici influenti in funzione degli obiettivi specifici dell’organizzazione, bensì è vissuto e considerato come funzione utile per scambiare idee con altri gruppi, con la possibilità che le parti in causa finiscano per influenzarsi reciprocamente (“io vinco, tu vinci”) facendo percepire un effettivo valore aggiunto e costruendo un sistema di relazioni di qualità e a lungo termine.
Il professionista di relazioni pubbliche assume, qui, un ruolo di interprete attivo (sia pure sempre ed esplicitamente di parte) ed opera per creare e sviluppare quel dialogo, quella reciproca comprensione che consente all’organizzazione di raggiungere più agevolmente i propri obiettivi, incorporando nei propri, gli obiettivi, i valori e gli interessi dei pubblici influenti. Infatti, secondo Scott Cutlip (1994) per ogni organizzazione, si apre una questione di relazioni pubbliche ogniqualvolta una sua decisione può produrre conseguenze su altri soggetti, oppure, al contrario, quando il comportamento di altri soggetti può produrre conseguenze sulle modalità e sul successo con cui quella stessa decisione viene realizzata.
In questo modello la comunicazione è assolutamente reciproca ed i rapporti di potere sono equilibrati: è dunque un modello comunicativo “a due vie” e simmetrico: i termini “emittente” e “ricevente” vi sono difficilmente applicabili dato che l’obiettivo principale è la comprensione reciproca e la verità del messaggio o della notizia/informazione è un prerequisito fondamentale.
5. Etica e modello relazionale simmetrico
Come si evince da quanto detto fin qui, nell’approccio evoluto alla comunicazione come oggi intesa, le relazioni pubbliche contribuiscono all’efficacia di una organizzazione se e quando l’aiutano a conciliare ed a coordinare i suoi obiettivi con le aspettative (anche latenti) dei propri pubblici influenti, costruendo con questi ultimi relazioni di qualità, a lungo termine e basate sulla fiducia, sulla trasparenza, sulla credibilità.
Caratteristiche queste che permettono all’organizzazione di esistere e prosperare.
Il modello simmetrico bi-direzionale è, dunque, quello che per Grunig e Hunt (1984) meglio rappresenta un approccio autenticamente professionale alle relazioni pubbliche. Anzi, secondo P. Parsons (2005) l’essere “two-way symmetric” è requisito fondamentale per un approccio etico alla comunicazione d’impresa, intendendo, in particolare:
a due vie: basato su una relazione di fiducia e interdipendenza in cui tutti i soggetti in campo sono nella condizione di raggiungere i propri obiettivi;
simmetrico: che pone tutti i soggetti sullo stesso piano ed il raggiungimento degli obiettivi dipende dal reciproco grado di soddisfazione.
E’ la “relazione” il valore fondamentale, il criterio chiave per costruire le relazioni pubbliche e non la “comunicazione” genericamente intesa nè lo “strumento di comunicazione” utilizzato per trasferire i messaggi. In altre parole, non si può parlare – F. Ventoruzzo (2005) – semplicemente di comunicazione in quanto tale, ma di relazione, poiché gli interessi e gli argomenti delle fonti esterne sono rapportati con gli argomenti e gli interessi delle fonti interne. Il pubblico è considerato in base alle posizioni e agli interessi che manifesta e gli effetti della comunicazione sono misurabili.
La trasparenza diventa quindi la linea guida delle relazioni pubbliche e delle politiche di comunicazione sia nelle organizzazioni che tra i professionisti, attorno alla quale si consolida un costante riferimento etico, non più come elemento meccanico e di routine legato al solo rispetto della legge, ma come valore intrinseco all’agire professionale più accorto ed avveduto, un comportamento nell’agire quotidiano capace di non danneggiare gli altri, di considerarne anche i bisogni e le aspettative.
6. I pilastri etici delle relazioni pubbliche
Ma quali sono i pilastri – tra l’etica individuale e l’etica professionale – su cui poggiano le decisioni etiche nelle relazioni pubbliche?
Patricia Parsons, partendo dalla definizione già vista nel paragrafo 2, ne individua cinque:
Dire la verità: il Codice di Comportamento professionale della Ferpi così lo recita: “Nell’ambito della sua attività professionale ogni iscritto deve dimostrare onestà, lealtà, integrità. In particolare egli non farà uso di informazioni e commenti che possano trarre in inganno gli altri, né di informazioni false o devianti”.
Non fare del male e rispettare gli altri: è dato dal riconoscere che ci sono altri soggetti oltre a noi. Se noi siamo soggetti dotati di dignità e siamo portatori di diritti/doveri inalienabili, è chiaro che anche gli altri lo sono. Va quindi riconosciuta la nostra e l’altrui dignità, la forza ed il valore della singola persona umana che vive immerso in un sistema di relazioni.
Fare del bene: dare valore all’altro con atteggiamento altruistico ed empatico.
Rispettare la privacy: in tutte le fasi del processo di comunicazione, dall’individuazione dei pubblici (la mappa) alla trasmissione dei messaggi chiave.
Essere leali e socialmente responsabili: è immorale un piano di comunicazione che consideri importanti solamente gli obiettivi dell’organizzazione e non quelli dei pubblici e/o dei destinatari. La definizione che la Business for Social Responsability ci propone della CSR (Corporate Social Responsabiliy) è illuminante: “Garantire successi commerciali nel rispetto dei valori delle persone, della comunità e dell’ambiente”.
Ogni singola azione, ogni strategia di relazioni pubbliche, deve essere attuata responsabilmente e senza danneggiare il pubblico, la reputazione del professionista e quella della professione: questa competenza richiede la costante ricerca di un equilibrio tra quello che si può fare e quello che è giusto fare.
Patricia Parsons afferma che “vivere secondo l’etica è un gioco di equilibrio e raggiungere un equilibrio è una questione molto delicata”. Per questo tutti gli interlocutori del professionista di relazioni pubbliche devono essere messi nella condizione di potersi fidare di lui.
Anche Papa Benedetto XVI, nel corso della settimana dedicata alla comunicazione sociale – che nel 2006 ha affrontato il tema della responsabilità etica – ha evidenziato come per rendere un servizio positivo al bene comune sia fondamentale l’apporto di tutti e di ciascuno. Nel portare il suo saluto ai partecipanti ha poi ribadito “che è necessaria una sempre migliore comprensione delle prospettive e delle responsabilità che il loro sviluppo comporta in ordine ai riflessi che di fatto si verificano sulla coscienza e sulla mentalità degli individui come sulla formazione dell’opinione pubblica. Non si può poi non porre in evidenza il bisogno di chiari riferimenti alla responsabilità etica di chi lavora in tale settore, specialmente per quanto riguarda la sincera ricerca della verità e la salvaguardia della centralità e della dignità della persona”.
Le possibili implicazioni pratiche e quotidiane dell’etica professionale e dei suoi dilemmi saranno approfondite nei prossimi paragrafi.
Quanto alle questioni etiche “personali” – che qui solo accenniamo - esse fanno riferimento ad aspetti che caratterizzano la persona e il suo essere in relazione con il mondo; pensiamo soprattutto alla responsabilità individuale, fattore che coinvolge l’integrità e l’onestà, la professionalità come impegno verso la qualità e la responsabilità dell’essere competenti, la fiducia come base per costruire qualsiasi relazione, il rispetto come base su cui poggiare la capacità delle persone a comportarsi eticamente, ed infine il valore della verità come uso onesto della persuasione.
Sono elementi centrali di una etica personale della comunicazione anche la congruenza, ossia la comunicazione autentica, l’onestà di giudizio e la disponibilità alla relazione, l’apertura all’altro e la reciprocità: lo sono anche la dedizione e la trasparenza intese come caratteristiche del rapporto che dovrebbe esserci tra il professionista ed il suo cliente/datore di lavoro e come misura della profondità dell’impegno e della partecipazione reciproca (la motivazione a “far bene” e a “volere il bene” dell’altro come dimensione etica).
[prima parte]





